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È da un po' di tempo che rifletto sul perché la mia voglia di scrivere abbia subito un'improvvisa battuta d'arresto. Sto indagando sulle cause, ho chiesto a qualcuno di aiutarmi a vedere quello che probabilmente, pur essendo sotto i miei occhi, non riesco a mettere a fuoco. Parlo di difetti, di limiti, perché la superficie della mia scrittura mi premia quasi sempre, la superficie, eh, quella che balza subito agli occhi: è corretta, è scorrevole e non sto usando questi aggettivi per vantare una capacità. Al contrario, li sto ponendo da una parte del campo per sottolineare gli antagonisti, dall'altra parte, che sono più forti: insoddisfacente, manchevole, incompleta. Ecco gli aggettivi giusti che connotano la mia scrittura.
Una botta di autostima, insomma.
Parto da un presupposto fondamentale: scrivo quello che a me piacerebbe leggere. Se, tuttavia, nei contenuti non ho difficoltà e so cosa vorrei raccontare, nella resa entro in crisi. Mi sembra di affrontare una scalata senza avere il giusto imbracaggio: sono motivata, la mia presa sulla roccia è solida, poi a un certo punto metto un piede in fallo e precipito giù, sono al punto di partenza, devo rifare tutto.
Nell'analizzare i miei possibili errori, il primo che mi viene in mente è che, spesso, quando scrivo, ho l'impressione di capirmi da sola e scrivere solo per se stessi non è una buona base di lancio per essere apprezzati dal pubblico.
Ho sempre voluto rappresentare il caos in cui amo vivere mentalmente, dove la soluzione facile mi sembra banalità e tutte le combinazioni possibili sono un caleidoscopio di infinite, affascinanti, soluzioni.
Non parlo di storie assurde o insensate, parlo di volontà di cercare la via difficile per arrivare a dire una cosa semplice. Quando affermo che scriviamo ciò che siamo, lo penso sul serio: io trasferisco in quello che scrivo il bisogno che ho di interpretare le cose in un certo modo e, come in molti altri aspetti ordinari, mi complico la vita.
Faccio un piccolo esempio.
Nel mio romanzo, subito dopo l'anteprima, avevo previsto una pagina bianca solo con il titolo del libro (che, poi, coincideva con il titolo della storia scelta da Sara nella Biblioteca virtuale e con il giorno in cui lei decide di recarvisi). L'avevo collocato in alto, scritto con un font diverso, ingrandito, perché volevo che il lettore si trovasse accanto alla protagonista dentro la cabina della Biblioteca, pronto per entrare nella realtà virtuale e che pensasse di essere, come lei, di fronte a un immaginario schermo cinematografico che proietta il titolo del film. Avevo chiaro in mente l'effetto che volevo provocare e mi sembrava si capisse.
Invece, quando la casa editrice ne ha fatto la stesura, ha pensato che quella pagina fosse superflua e l'ha eliminata. Non aveva capito le mie intenzioni, è stato necessario spiegargliele e anche così, è stato inutile. Analoga sorte è spettata all'ebook: chi me lo ha confezionato ha tolto il titolo fra l'Ante e la Parte I, ritenendolo una ripetizione. Nella versione definitiva quella pagina non c'è, ma a me, ancora adesso, sembra che manchi l'accento che avrebbe reso più particolare l'ingresso nella storia.
Vado a caccia di particolari e può darsi che questo mi faccia perdere di vista la bellezza delle cose semplici, ugualmente significative. E che mi condizioni anche nella scelta del linguaggio. Spesso, sono complicata anche in questo e nel pretendere che tutto abbia una sonorità gradevole al momento della lettura, sto più attenta a una presunta perfezione stilistica che al reale impatto emotivo che vorrei garantire.
A me, intendiamoci, viene spontaneo scrivere in questo modo, però mi chiedo se mi gioverebbe allontanarmi da certi schemi per provare ad abbracciare un'altra filosofia narratoria, fatta di maggiore immediatezza, un linguaggio meno ricercato, un modo più semplice di raccontare che avvicini il lettore e non lo faccia sentire soltanto un ospite estraneo.
Scrivere per il blog è cosa diversa: gli articoli possono interessare oppure no, ma il coinvolgimento è di altra natura rispetto a quello chiesto per un romanzo (o anche un racconto, non ne faccio una questione di lunghezza).
E torno alla scalata intrapresa con tutte le migliori intenzioni.
Ho un romanzo per le mani, ce l'ho da un pezzo. Ne ero abbastanza convinta, mi piaceva, mi sembrava stesse prendendo la giusta piega, ma mi è bastato mollarlo per un po' e rileggerlo per trovarmi di nuovo ai piedi della montagna. Sono scivolata su tutto: non voglio sembrare la scrittrice che se la tira, perché è consapevole di sapere scrivere bene, non voglio sembrare una che si autocompiace (una critica così l'ho ricevuta e mi è arrivata come un pugno in piena faccia, più dei mille refusi trovati nel testo o le incoerenze da mettere a posto), soprattutto non voglio sentirmi dire: "non mi coinvolge".
La cosa peggiore, secondo me, per uno scrittore è lasciare che il lettore si goda lo spettacolo dal di fuori come quando guardi la tv ma hai altro da pensare. E quando mi rileggo, è questo quello che sto cominciando a vedere: una storia scritta per spettatori distratti.
Non so accontentarmi e questo è il motivo per cui ho usato quegli aggettivi detrattori, all'inizio: la mia scrittura è insoddisfacente, perché io, in primis, non ne sono appagata; manchevole, perché manca di quegli aspetti che sto valutando come determinanti; incompleta, perché sento che potrei dare e fare molto di più, per considerarmi una scrittrice (a prescindere dall'esito riservato all'opera).
Ma voi siete sempre così sicuri delle vostre capacità? Non vi vengono mai dei dubbi? Pensate di essere completi? E quando optate per l'autopubblicazione credete sempre di mettere in circolazione opere perfette?
Perché, ecco un altro limite che frena il mio entusiasmo nella scrittura, io resto convinta che al pubblico vada offerto un prodotto "perfetto" (senza scomodare i gusti) e se io non lo vedo e non lo vivo come tale, mi viene naturale rinunciare al desiderio di essere letta.
La perfezione, in questo caso, intesa come parametro del tutto soggettivo, poiché so che non esiste, però esiste la lettura ideale e se c'è una cosa su cui sono abbastanza sicura è che io voglio riuscire a scrivere ciò che sono certa di volere leggere.
E questo, ancora, non accade.
Per confortare la mia autostima, mi dite tre aggettivi che connotano in negativo la vostra scrittura? (ammesso che ci siano, ovviamente.)
Per confortare la mia autostima, mi dite tre aggettivi che connotano in negativo la vostra scrittura? (ammesso che ci siano, ovviamente.)

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